«Purtroppo all’Italia sono state annesse la Sicilia e la Sardegna».
È la frase che ha fatto esplodere la polemica nel mondo del baseball e che Totoni Sanna, presidente del Comitato regionale FIBS Sardegna, sostiene sia stata pronunciata durante una riunione del Consiglio federale. Sanna ha denunciato pubblicamente l’accaduto durante una conferenza stampa ad Alghero, facendo ascoltare anche delle registrazioni delle sedute.
Chi abbia materialmente pronunciato quella frase, però, nelle ricostruzioni pubblicate finora non viene indicato. Ed è una precisazione importante.
Perché proprio per la gravità di quelle parole, una cosa va detta: ci piacerebbe essere smentiti. Ci piacerebbe poter scrivere che quella frase non è mai stata pronunciata, che si è trattato di un equivoco, di una ricostruzione sbagliata. Sarebbe, francamente, la notizia che vorremmo ricevere.
Perché è soprattutto quel “purtroppo” a pesare.
Che la Sicilia sia Italia è talmente scontato da non avere nemmeno bisogno di essere ricordato. È una di quelle cose che non dovrebbero neppure entrare in una discussione. La Sicilia è Italia. La Sardegna è Italia. Punto.
E proprio per questo una frase del genere, se confermata, colpisce ancora di più.
Non perché riapra una discussione sull’appartenenza territoriale. Non perché qualcuno debba ricordare ai siciliani di essere italiani. Ma perché quelle parole sembrano raccontare l’appartenenza di due grandi isole italiane come una disgrazia, qualcosa accaduto all’Italia e di cui, appunto, ci si dovrebbe rammaricare.
Purtroppo.
Una parola sola. Ma basta quella.
La vicenda nasce dal caso della Catalana Baseball di Alghero, società storica del movimento sardo, con oltre cinquant’anni di attività, finita al centro di una complessa vertenza con la Federazione.
La Catalana, dopo aver conquistato sul campo il diritto alla Serie A, aveva rinunciato alla categoria per l’inadeguatezza dell’impianto cittadino, iscrivendosi alla Serie B. Poi la mancata trasferta a Mondovì, le sanzioni e il successivo blocco del gestionale federale hanno fatto precipitare la situazione. La società ha infine annunciato lo stop all’attività agonistica.
Una storia sportiva che, a questo punto, è diventata qualcosa di molto più grande.
Sanna è finito davanti alla giustizia federale e dovrà affrontare due procedimenti a ottobre. E proprio durante la conferenza stampa ha spiegato di voler difendere non soltanto la vicenda della Catalana, ma la dignità del movimento sportivo sardo.
Ad Alghero le istituzioni si sono schierate accanto alla società. Il sindaco Raimondo Cacciotto ha parlato della necessità di non trasformare l’insularità in una condanna alla marginalità sportiva. L’amministrazione comunale ha inoltre confermato gli interventi di riqualificazione del campo di Maria Pia, con un investimento previsto di circa 700 mila euro.
Ma ormai il problema non è più soltanto il baseball.
Perché quando si pronunciano parole come quelle riferite da Sanna, il discorso inevitabilmente va oltre il diamante, oltre una società sportiva, oltre una sanzione.
Arriva alle persone.
Arriva ai siciliani e ai sardi.
A chi vive su un’isola e conosce bene il significato della parola insularità. Le difficoltà dei collegamenti, le distanze, i costi, le trasferte che possono diventare un problema molto più grande rispetto a chi vive sul continente.
Non è una richiesta di privilegi.
È la richiesta di essere messi nelle condizioni di competere alla pari.
E allora sì, è giusto parlare di regole. È giusto che lo sport abbia regole e che vengano rispettate. Ma le regole non possono cancellare i territori. E soprattutto non possono diventare il terreno sul quale qualcuno finisce per descrivere l’esistenza stessa delle isole come un “purtroppo”.
No.
La Sicilia non è un “purtroppo”.
E non lo è la Sardegna.
La Sicilia non è un peso che l’Italia si porta dietro. È una parte della sua storia, della sua cultura, della sua identità. Una terra che ha dato tantissimo e che continua a dare tantissimo.
E forse è proprio questo che rende ancora più stonata quella parola.
Perché noi siciliani siamo abituati a sentir parlare della nostra terra in mille modi. Siamo abituati agli stereotipi, ai pregiudizi, alle semplificazioni. Ma c’è una cosa che non dovrebbe mai diventare normale: sentir parlare della Sicilia come se la sua appartenenza all’Italia fosse stata una disgrazia.
Non serve urlare.
Non serve contrapporre Sicilia e Italia.
Non serve nemmeno trasformare questa storia in una guerra tra territori.
Serve semplicemente fermarsi un attimo e chiedersi quanto possa essere pesante una parola quando viene pronunciata, secondo questa ricostruzione, durante una riunione di un organismo nazionale.
Perché lo sport dovrebbe fare esattamente il contrario.
Dovrebbe unire.
Dovrebbe abbattere le distanze.
Dovrebbe far sentire una società di Alghero parte dello stesso movimento di una società di Milano, Torino, Bologna, Roma o Messina.
E dovrebbe ricordare che un’isola non è una periferia.
È territorio.
È comunità.
È storia.
È Italia.
Ma è anche orgoglio.
Quello siciliano, soprattutto, non ha bisogno di essere spiegato.
E davanti a quel “purtroppo”, forse la risposta più forte non è una polemica.
È semplicemente questa:
noi siciliani non ci siamo mai vergognati di essere siciliani. E non abbiamo mai avuto bisogno che qualcuno ci spiegasse quanto valiamo.
