Messina e la sua identità prima e dopo il terremoto

Ieri Pomeriggio, presso la chiesa SS. Annunziata dei Catalani, si è svolta la tavola rotonda “28 dicembre 1908, cesura e/o continuità?” che ha visto la partecipazione di Giuseppe Restifo, Federico Martino e Sergio Todesco, con introduzione di Dino Calderone e conclusione dell’Assessore Caruso. Ad iniziare l’evento è stato mostrato un video con 117 nomi fra morti e dispersi del terremoto, con lo scopo di far restare nella memoria collettiva persone che altrimenti resterebbero solo nei ricordi intrafamiliari, stesso motivo per cui è nato il comitato Messina 908. “Cos’è l’identità di una città? Tutto nella storia si trasforma, in parte trasmettendo il passato e a volte rinnovandosi.” Così ha aperto Calderone. La ricerca di un’identità autentica è stata il punto focale dell’incontro, confrontando due diverse teorie: il terremoto ha o non ha rappresentato una totale frattura con la cultura passata? Il Prof. Federico Martino sostiene di sì. “Messina è alla disperata ed improbabile ricerca di un’identità, Il dialetto Messinese vero, quello del ‘600/700, scomparve nel 1908. Il numero dei morti fu di centomila fra Messina e Reggio, una notevolissima parte della popolazione Messinese morì, e nessuno fu più capace di parlare il vecchio dialetto. La città fu trasformata a livello umano. Andando in un paese arabo ed un paese germanico, il cambiamento di lingua determina un cambiamento culturale, ma questo vale anche da una regione all’altra. La cultura si forma sulla base delle popolazioni che sono rimaste per secoli su un territorio. Se è cambiata la lingua sono cambiati anche i parametri culturali dei Messinesi, secondo uno storico come Orioles. I nuovi messinesi, per oltre metà, venivano da fuori, portando nuove culture, conducendo un’inutile ricerca di una memoria scomparsa, quando invece bisognava ricominciare da capo. I nostri avi avrebbero dovuto creare una nuova identità, non cercarne una vecchia. La nuova identità fu creata attorno ad alcuni elementi falsi. Esiste ancora la tradizione legata alla lettera della Madonna, respinta addirittura dalla Chiesa che parla di tradizione e non di storia. Gli immigrati a Messina hanno scelto di riscoprire inesistenti tradizioni, che ai loro tempi avevano una loro legittimità ma che oggi non ne hanno alcuna. Il mondo è cambiato in maniera radicale. La cesura linguistica e culturale, potrebbe aver determinato una rottura fra il capoluogo del Valdemone ed il territorio dello stesso Valdemone.” Diversa invece la versione di Restifo: “7 anni fa, in commissione toponomastica fu proposta una lapide che sembrava scritta nell’800, e allora mi chiesero di riscriverla. La lapide doveva riprendere uno slogan dei tifosi del Messina “e semu sempri cca”, perché siamo resilienti e dopo 27 secoli dalla nascita noi messinesi siamo sempre qua, nello stesso territorio nonostante tutto.” “Al posto di noi relatori l’anno prossimo ci dovranno essere giovani storici come Giacomo Parrinello, che dice <<la catastrofe significa confrontarsi con un nodo storico, la dialettica fra breve e lunga durata>>. Il terremoto è durato 32 secondi ma ha avuto conseguenze per decenni, sotto tutti gli aspetti. Quello che succede dopo il terremoto è la conferma di un amore che va avanti da 27 secoli e non finirà mai, fra gli umani, anche se di passaggio, e questo territorio. La storia non è lineare, è fatta di alti e bassi, di momenti in cui si cade e ci si rialza, senza mai tornare alla posizione iniziale. Alle 5:21 del 28 dicembre 1908 non è finita Messina. Il 10 gennaio 1909 il vescovo di Messina dice la prima messa dopo il sisma, a meno di 2 settimane dal disastro. La disse in una piccolissima chiesa di legno ma andò tantissima gente, inginocchiata in mezzo al fango. Al momento dell’eucarestia la gente iniziò a piangere. La rottura che ipotizza Martino magari non fu così terribile. La Chiesa dei Catalani è una chiesa multietnica, così come questa città è stata sempre. Nel 500 c’erano chiese di tante comunità, fiorentini, pisani, genovesi. Avevano tutti un unico obbligo, donare una piccola percentuale degli introiti economici per la festa della Madonna della Lettera.” Successivamente l’antropologo Sergio Todesco ha ribadito come il pericolo di cadere in un’idea di identità immutabile è costante. L’identità si contamina continuamente. “Mi sono spesso scagliato di chi usa la parola “messinesità” che è un qualcosa di costruito che non tiene conto della natura del nostro territorio. Quando i vari popoli che hanno vissuto in queste terre sono andati via, alcuni aspetti culturali sono stati preservati. Fino all’800 quella messinese era una cultura tradizionale interclassista, a cui partecipavano dai più ricchi ai più poveri. L’unica discriminante era quella economica, ma tutti partecipavano alle stesse manifestazioni e parlavano lo stesso dialetto. Il terremoto livellò questa disparità. A seguito del sisma la cultura tradizionale peloritana è riuscita a risorgere recuperando frammenti della cultura precedente, determinando però una frattura radicale, partendo dal dialetto che fu cambiato dalle culture che parteciparono alla ricostruzione. Dopo la catastrofe cambiò anche la percezione del tempo, che era diventato una successione inesorabile ed insensata di giorni, in cui l’unica novità era rappresentata dall’arrivo dei soccorsi.”
In conclusione, l’Assessore Caruso ha espresso l’importanza della consapevolezza. “Dopo la catastrofe ci furono circa 18mila superstiti, di cui tantissimi sono andati via. Trapassare certe culture non è stato facile. Viviamo su un complesso di faglie costantemente in movimento, l’ultima crisi sismica risale al 1985 con una serie infinita di scosse che però non vennero percepite dalla popolazione ma solo dal punto di vista strumentale. Dopo il terremoto si è tenuta in considerazione la costruzione delle case per evitare nuove tragedie. La realtà è diversa da ciò che fu dichiarato nei documenti dell’epoca. Non c’è la sicurezza che la città sia stata ricostruita per essere anti-sismica. Bisogna far capire l’importanza dei protocolli di evacuazione nelle case, nelle scuole, nelle chiese. Noi non abbiamo mai metabolizzato questa tragedia, non ne parliamo quasi per scaramanzia. In 116 anni non era mai stata dedicata una piazzetta a questo avvenimento. Oggi abbiamo una struttura organizzata, ma la popolazione non ha consapevolezza sul pericolo che corriamo vivendo in un territorio come il nostro.”
A prescindere da cosa si voglia intendere con “identità”, ciò che è certo è che avvenimenti così importanti, che hanno inevitabilmente segnato la storia di un popolo ed un territorio, non vadano messi da parte per scaramanzia. Al contrario è importante ricordare sia l’identità di ciò che è venuto prima del terremoto, sia celebrare la resilienza e la volontà d’animo di chi è venuto dopo.

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