Una commedia che parte dalle baracche e arriva al cielo per ricordarci che la dignità non si giudica: si riconosce.
C’è un teatro che intrattiene, uno che diverte e poi c’è quello che scava. Marta. Una storia di baracca, commedia in tre atti scritta e diretta da Francesco Certo, appartiene senza esitazioni a quest’ultima categoria: quella delle opere che non si limitano a raccontare una storia, ma costringono lo spettatore a guardarsi dentro.
Portata in scena a Messina, la pièce affonda le radici in una realtà che la città conosce bene: quella delle baracche, ferita sociale mai del tutto rimarginata. Qui la scenografia non è semplice ambientazione, ma simbolo. Le baracche diventano lo spazio esistenziale in cui si muovono vite segnate da miseria, fragilità e marginalità, tra famiglie dimenticate, categorie sociali invisibili e derive pericolose come lo spaccio, spesso unica illusoria via di fuga.
In questo contesto emerge una delle immagini più potenti dello spettacolo: la corrente elettrica “presa” dal palo comunale. Non è solo un gesto di necessità o di illegalità, ma una metafora limpida dell’essenziale. Quella luce precaria diventa il segno minimo di dignità, il simbolo di ciò che serve davvero per vivere. È una lampadina fragile, ma capace di illuminare non solo le baracche, bensì le coscienze di chi osserva.
Francesco Certo, medico cardiologo e presidente della onlus Terra di Gesù, porta in scena uno sguardo che nasce dall’esperienza diretta con le fragilità umane. E proprio questa autenticità impedisce allo spettacolo di scivolare nella retorica. La regia insiste sui dettagli quotidiani, sui silenzi, sugli scambi di battute che sembrano sottratti alla vita reale. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una restituzione di umanità: i personaggi non sono casi sociali, sono persone.
Il passaggio più intenso arriva nel finale, quando il piano realistico si apre a quello simbolico e spirituale. Entra in scena San Pietro, figura che incarna il giudizio. In un primo momento osserva Marta con severità, quasi a rappresentare lo sguardo rapido e superficiale con cui la società spesso etichetta chi vive ai margini. Ma è proprio lì che avviene la svolta narrativa più significativa: il giudizio si incrina, si ridimensiona, si fa umano. San Pietro ascolta, comprende, e arriva persino a concedere a Marta una seconda possibilità. È il ribaltamento più potente dell’opera: non è Marta a dover dimostrare di meritare dignità, ma è chi giudica a dover imparare a vedere davvero. Il messaggio si condensa allora in una frase semplice e universale, prima di giudicare bisogna guardarsi negli occhi, che diventa la chiave di lettura dell’intero spettacolo.
Dopo il passaggio avvenuto a novembre scorso al teatro Annibale, lo spettacolo torna sul palco del Teatro Annunziata, segno di un percorso che non si è esaurito ma continua a chiedere voce. Lo ha detto con emozione lo stesso autore e regista Francesco Certo: «Questa commedia ancora vuole vivere!» Una frase che non suona come promozione, ma come confessione artistica. Perché quando un’opera nasce da una necessità vera, non si limita ad andare in scena: continua a respirare.
Legata anche al progetto solidale “Cesta del Buon Pastore”, l’iniziativa dimostra come il teatro possa uscire dal palcoscenico e tradursi in azione concreta. Dall’applauso alla responsabilità, dalla scena alla vita reale.
Alla fine resta una sensazione netta: non si esce da questa commedia come si è entrati. Perché quando il teatro riesce a trasformare una storia in coscienza, smette di essere solo spettacolo e diventa esperienza. E in quel momento, anche una piccola luce, persino quella attaccata a un palo, può illuminare molto più di una stanza: può illuminare uno sguardo.
“Marta. Una storia di baracca”: il teatro che accende coscienze e spegne i pregiudizi
