Nella Basilica Cattedrale si è svolto il concerto “Nel nome di Sara: musica per la memoria, la preghiera e la luce”, dedicato a Sara Campanella, la giovane studentessa uccisa il 31 marzo 2025. Un appuntamento partecipato, che ha riunito la città in un momento di raccoglimento e riflessione.
La serata si era aperta già nel tardo pomeriggio con la celebrazione eucaristica presieduta dall’arcivescovo Giovanni Accolla. Poi, alle 20, la musica ha preso il posto delle parole.
In Cattedrale anche le istituzioni: presente la rettrice dell’Università di Messina Giovanna Spatari, insieme al prefetto di Messina Cosima Di Stani. Ma soprattutto, presenti i genitori di Sara Campanella. Una presenza che non aveva bisogno di essere sottolineata, ma che si è sentita in ogni momento della serata.
Tra i momenti più intensi, le letture della madre di Sara, inserite tra un brano e l’altro, quasi a scandire il ritmo della serata. Parole che si intrecciavano con la musica, senza interromperla, ma accompagnandola.
E poi la lettura dei nomi. Otto donne. Otto storie. Otto vite spezzate da quando a tutto questo si è iniziato a dare un nome preciso, quello di femminicidio. Un elenco che non aveva bisogno di spiegazioni, perché bastava l’ascolto. Ogni nome lasciato lì, dentro il silenzio del Duomo, fino all’ultimo, quello di Daniela Zinnanti, uccisa nei giorni scorsi.
Sul palco l’Orchestra Sinfonica Giovanile di Messina insieme al Coro Exsultate Jubilate, una formazione ampia, circa ottanta elementi tra musicisti e voci. A dirigere il maestro Nazzareno De Benedetto. Con loro, nel ruolo di solista, il soprano Francesca Mannino e, all’organo, don Giovanni Lombardo.
La Mannino mette in luce tutta la sua grande valenza: recentemente protagonista anche all’Arena di Verona in occasione delle Paralimpiadi, artista non vedente, capace di dare alle interpretazioni una profondità che arriva diretta, senza bisogno di mediazioni.
Il programma seguiva un filo preciso, quasi dichiarato: il silenzio, la memoria, il dolore. E poi, a seguire, la preghiera, la dignità, la consolazione. Un percorso costruito attraverso brani che andavano da Caccini a Verdi, da Schubert a Morricone, fino a Bruckner e Kodály.
Il Duomo pieno, un silenzio che non era vuoto ma partecipato, gli sguardi bassi, qualcuno con le mani strette. Non c’era bisogno di spiegare troppo.
Il nome di Sara è diventato, quasi naturalmente, quello di tante altre. Storie diverse, stesso dolore. E Messina, che negli ultimi mesi si è ritrovata più volte a fare i conti con tutto questo, ha risposto così: restando.
Tra musica e momenti di riflessione, la serata ha preso una forma che andava oltre il programma. Più che un evento, un passaggio condiviso. Un modo per esserci, senza aggiungere rumore.
Perché alla fine, più delle note, resta quello che si respirava dentro la Cattedrale: una città che sceglie di non voltarsi dall’altra parte. Che guarda in faccia il dolore, lo condivide e lo tiene lì, senza bisogno di parole grandi. In silenzio. Insieme.
