Presso la Chiesa Gesù e Maria delle Trombe di Messina si è svolto il sesto appuntamento della rassegna “Caro Gesù Bambino – Dialoghi su fede, vita, società”, dedicato a un tema antico ma quanto mai attuale: l’avarizia.
L‘incontro, articolato come un vero percorso di riflessione, ha proposto un approccio multidisciplinare – teologico, biblico, letterario e sociale – offrendo una definizione incisiva dell’avarizia, definita come vizio: non semplice desiderio di possesso, ma paura di perdere, che trasforma il rapporto con i beni in una forma di schiavitù.
La riflessione, condivisa con i partecipanti, ha messo in luce come l’avarizia non sia soltanto una debolezza individuale, ma una vera e propria patologia spirituale. La tradizione cristiana la considera una forma di idolatria: il denaro che prende il posto di Dio.
Il richiamo evangelico all’impossibilità di “servire due padroni” risuona oggi con particolare forza, in una società dominata dal consumo e dall’accumulo, dove il valore della persona rischia di essere misurato in base a ciò che possiede.
Tra gli spunti più significativi, il collegamento con la letteratura verista, in particolare con la novella “La roba” di Giovanni Verga . Il protagonista Mazzarò diventa emblema di una deriva esistenziale: non è l’uomo a possedere i beni, ma i beni a possedere lui.
In questa prospettiva, l’avarizia non è più solo un vizio morale, ma una vera e propria “religione del possesso”, in cui l’identità personale coincide con l’accumulo.
La riflessione si è poi aperta all’attualità, individuando forme più sottili e diffuse di avarizia: quella del tempo, del riconoscimento, del perdono.
Non si tratta più soltanto di denaro, ma di un atteggiamento che attraversa le relazioni e limita la capacità di donarsi agli altri. In questo senso, l’avarizia diventa una chiusura esistenziale, prima ancora che economica.
La seconda parte dell’incontro ha proposto un vero e proprio “decalogo” pratico: esercitare la sobrietà, condividere le risorse, destinare parte di ciò che si possiede agli altri, ricordarsi dei più fragili.
Non principi astratti, ma indicazioni concrete per passare dalla logica dell’accumulo a quella della condivisione.
In un contesto segnato da incertezze economiche e crescente individualismo, il messaggio emerso appare decisamente controcorrente: la libertà non nasce dal possesso, ma dal distacco.
Una riflessione che, partendo dalla tradizione, interpella con forza il presente e invita a ripensare il proprio stile di vita, riscoprendo il valore della gratuità e della condivisione. L’uomo, in definitiva, non vale per ciò che ha, ma per ciò che è capace di donare.
