Travolta e uccisa da una moto mentre percorreva a piedi via Circuito, a Torre Faro, Giulia ha lasciato un vuoto che va ben oltre il dolore della sua famiglia. Attorno a quella giovane vita spezzata, Messina si è ritrovata nella Cattedrale per un ultimo saluto che ha assunto il valore di un abbraccio collettivo, nel giorno del lutto cittadino proclamato dall’amministrazione comunale.
La Cattedrale, gremita in ogni ordine di posto, è diventata il luogo del raccoglimento.
Davanti all’altare, la bara bianca circondata da rose e gigli. Attorno, gli occhi di una famiglia chiamata ad affrontare il dolore più difficile da immaginare. Accanto a loro, i compagni del Liceo Seguenza, gli insegnanti, gli amici, i ragazzi del gruppo di equitazione “Paolo Ferretti”, che Giulia frequentava fin da bambina. Volti giovanissimi, segnati da lacrime e incredulità, perché a sedici anni si dovrebbe parlare di futuro, non di un addio.
L’omelia di padre Antonello Angemi ha oltrepassato i confini della celebrazione religiosa, trasformandosi in un richiamo forte alla coscienza collettiva. Le sue parole hanno indicato responsabilità che non possono fermarsi all’accertamento giudiziario, ma interrogano chi educa, chi controlla, chi sceglie ogni giorno se rispettare o ignorare le regole. Un invito a non lasciare che la morte di Giulia venga ricordata soltanto come una tragedia di cronaca, ma diventi un punto di svolta per una comunità chiamata a interrogarsi sul valore della vita.
Tra i ricordi affidati alla preghiera è riaffiorata anche l’immagine di una ragazza piena di entusiasmo. Amava i cavalli, sognava di diventare un’amazzone e aveva raccontato quel desiderio anche in un tema scritto a scuola. Un sogno semplice, come sanno esserlo quelli di una sedicenne, interrotto troppo presto.
Quando il feretro ha lasciato la Cattedrale, il suono delle campane si è intrecciato alle note di Dedicato a te de Le Vibrazioni. I palloncini bianchi si sono alzati lentamente verso il cielo, accompagnati da un lungo applauso. Non era soltanto un gesto di commiato. Era il modo con cui una città intera ha scelto di stringersi attorno a una famiglia e di affidare a Giulia una promessa silenziosa: non lasciare che il suo nome svanisca insieme al tempo, ma custodirlo come monito, affinché nessun’altra vita venga spezzata dall’incoscienza e dalla mancanza di rispetto per la vita stessa.
