È stato presentato nella suggestiva cornice del Monte di Pietà, il nuovo progetto teatrale scritto e diretto da Daniele Gonciaruk: “La Madre (Nudo Shakespeariano)”.
Prodotto da Officine Dagoruk e promosso con il patrocinio della Città Metropolitana e dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Messina, lo spettacolo rappresenta il compimento di un intenso percorso di formazione e ricerca umana e artistica che vede in scena gli allievi del laboratorio teatrale avanzato diretto dal regista.
L’opera nasce da un’idea di Gonciaruk, sviluppata in origine attraverso improvvisazioni e laboratori con gli attori della scuola, per poi evolversi in un testo autonomo che dialoga in modo profondo con l’opera di Shakespeare.
Le vite drammatiche di sette iconiche figure femminili — Ofelia, Desdemona, Giulietta, Gertrude, Cleopatra, Cordelia e Tamora — diventano frammenti di una memoria lacerata che confluisce nella figura di Clarissa, un’attrice anziana che ha sacrificato tutto per il palcoscenico. Attraverso una scrittura poetica e contemporanea, lo spettacolo indaga i temi della maternità negata, del rimorso, della solitudine e del confine, talvolta drammatico, tra la finzione e la realtà della vita. La figura di Clarissa, l’anziana attrice protagonista de “La Madre”, incarna uno dei paradossi più tragici e affascinanti dell’esistenza artistica: la completa assimilazione dell’individuo nel proprio ruolo. Sacrificare tutto per il teatro non significa semplicemente dedicare del tempo a una passione, ma compiere una vera e propria scelta d’esclusività in cui la finzione della scena sostituisce e cannibalizza la realtà degli affetti.
In Clarissa, le anime delle eroine shakespeariane — con i loro amori laceranti, le loro maternità negate o incompiute e i loro tragici destini — non sono soltanto personaggi interpretati, ma vicari di una vita vissuta al posto della propria. Il palcoscenico diventa così un rifugio d’illusione, l’unico luogo in cui è possibile controllare il dolore e dare ordine al caos, ma allo stesso tempo una condanna alla solitudine.
Allargando il concetto oltre i confini del teatro, la storia di Clarissa solleva un interrogativo che riguarda ciascuno di noi: qual è il confine tra la vocazione e l’autoinganno?
Quando inseguiamo un ideale, un’ambizione o un ruolo sociale con totale devozione, rischiamo di trasformare la nostra stessa vita in una rappresentazione. Il dramma di Clarissa interroga la contemporaneità su quanto spesso si finisca per rinunciare alla fragilità dei legami reali e all’amore autentico — per sé e per gli altri — pur di proteggersi dietro una maschera o un successo apparente. La sua “maternità negata” diventa metafora di tutto ciò che non abbiamo fatto fiorire perché troppo occupati a interpretare una parte.
Resta così una domanda universale e disarmante: cosa resta di un’esistenza quando cala il sipario e si rimbalza nell’assenza di un pubblico, scoprendo di aver rinunciato a vivere pur di poter recitare?
A rendere l’incontro particolarmente toccante è stata la riflessione che Daniele Gonciaruk ha rivolto al pubblico presente: in una città, colpita dalla recente tragedia del crollo del palazzo a Pistunina. Con parole semplici e sincere, il regista ha ricordato come l’arte non pretenda di cancellare o sostituirsi al dolore, ma abbia il compito umano di accompagnarlo.
Richiamando alla memoria la dignità dei violinisti del Titanic o la musica che ha risuonato nei bunker durante la guerra in Ucraina, Gonciaruk ha rimarcato il valore del lavoro artistico anche nei momenti più bui, prima di invitare l’intera platea a osservare un partecipato minuto di silenzio.
