A volte l’inclusione non ha bisogno di essere spiegata. Ha bisogno soltanto di essere guardata ed ascoltata. Ha il colore di un costume, il ritmo di una danza, la voce di una canzone. E il volto di chi ha scelto Messina come casa, portando sul palco non solo tradizioni, ma pezzi di vita.
La seconda edizione della Festa dei Popoli è stata questo: un abbraccio tra culture, un piccolo mondo raccolto nel cuore della città. Filippine, Sri Lanka, Romania e Sicilia si sono incontrate attraverso la musica, la danza e il canto, trasformando la diversità in qualcosa di vivo, concreto, emozionante. È il senso stesso della festa: culture diverse che si incontrano, si riconoscono e insieme diventano parte della stessa comunità.
Ed è qui che Messina mostra il suo volto più luminoso.
Lo racconta un gesto semplice e potentissimo. Una coppia della comunità filippina ha raccontato ai nostri microfoni, della colletta che, nei giorni della Vara, organizza spontaneamente per comprare acqua e distribuirla durante la processione. Dieci, venti, cinquanta, cento euro: ciascuno mette quello che può.
Sono buddisti. Eppure partecipano a una tradizione cattolica.
Perché non serve la stessa fede per condividere la stessa città. Serve il desiderio di esserci, di dare, di prendersi cura degli altri. E forse è proprio questo il significato più autentico di comunità: riconoscersi nello stesso luogo e sentirlo un po’ anche proprio.
Sul palco si sono alternate le tradizioni filippine, quelle dello Sri Lanka, la danza rumena, fino all’omaggio alla Sicilia. La Bulaklakan Dance, l’Udarata dello Sri Lanka, la Hora rumena, le danze delle Cordigliere, le tradizioni Maranao, fino a Bella Sicilia, scelta per chiudere la serata nel segno di una terra che può lasciarti andare, ma non ti lascia mai davvero.
E poi la musica ha regalato un altro momento speciale. Mario Macabeo, della comunità ACF, ha interpretato You Don’t Have to Say You Love Me, alternando una strofa in italiano e una in inglese. Due lingue, una sola voce. E proprio in questa alternanza c’è stato il suo bellissimo omaggio a Messina: l’italiano della città che lo accoglie e l’inglese, lingua universale, insieme sullo stesso palco. Un gesto semplice e delicato, capace di raccontare, senza bisogno di spiegazioni, l’universalità dell’incontro tra culture.
E una donna sul palco che quella serata l’ha vissuta con una tenerezza tutta sua. Maria Proscia, di MP Eventi, non si è limitata a presentare: ha partecipato, si è emozionata, ha guardato i bambini con gli occhi, la dolcezza e l’ orgoglio di una madre. Davanti alle loro esibizioni, il suo sorriso, i suoi applausi, quella tenerezza quasi materna hanno trasformato la conduzione in qualcosa di più di una semplice presentazione.
E poi l’assessore Vincenzo Caruso, con le deleghe ai Beni e alle Politiche culturali, al Turismo e Brand Messina e alle Tradizioni popolari. Per tutta la sera è rimasto dentro quella festa, emozionandosi, applaudendo, sorridendo. Non soltanto nel suo ruolo istituzionale, ma con la spontaneità di un messinese felice di vedere la propria città così: piena di colori, culture, bambini, musica e persone che hanno scelto Messina come casa.
Con la gioia sincera di chi guarda la propria comunità crescere e diventare sempre più grande. Il tutto e’ iniziato con un minuto di silenzio. Quello dedicato alle vittime e ai dispersi del crollo di Pistunina: tutto si è fermato. Lingue diverse, culture diverse, religioni diverse. Stesso rispetto. Stessa città.
Perché Messina non è soltanto tradizione, mare, Vara e memoria. È anche accoglienza. È la capacità di fare spazio senza chiedere a chi arriva di lasciare fuori dalla porta la propria identità.
La Festa dei Popoli lo ha ricordato attraverso i gesti, più che attraverso le parole.
Un bicchiere d’acqua durante la Vara.
Una canzone cantata in italiano e in inglese.
Una danza portata da lontano.
Bambini dolcissimi sul palco.
Una presentatrice che si emoziona come una madre.
Un assessore che applaude per tutta la sera con il sorriso di chi si sente parte di quella festa.
Piccoli gesti. Immensi significati.
Perché è così che una città diventa comunità.
E in questa sera, per qualche ora, Messina è stata davvero il mondo. E il mondo, a Messina, si è sentito a casa.
