Antonello, rubato due volte

 

Forse il furto delle tavole di Antonello da Messina ci costringe a guardare quella storia da un punto di vista diverso.

Non soltanto quello della cronaca, delle indagini, degli allarmi elusi, delle telecamere, dei ladri e di un mercato clandestino dell’arte che muove cifre enormi. Quella è una storia che si sta raccontando e che dovrà essere raccontata fino in fondo.

Ma c’è un’altra storia, più silenziosa, che riguarda noi.

La notizia del furto ha fatto il giro del mondo.

E forse è proprio questo il punto.

Perché Antonello da Messina non è semplicemente un grande pittore del Quattrocento. Non è soltanto una voce nei manuali di storia dell’arte, né un nome da spendere quando si parla delle eccellenze della città.

Antonello è una parte della nostra memoria.

Quelle tavole erano arrivate fino a noi attraversando secoli, trasformazioni, distruzioni. Il Polittico di San Gregorio, realizzato nel 1473, era stato commissionato per il convento di Santa Maria extra moenia, detto di San Gregorio. E quelle opere avevano già conosciuto una storia tormentata, fatta di frammentazioni e vicissitudini.

Messina, invece, ha conosciuto il terremoto del 1908.

Ha perso palazzi, chiese, archivi, opere, intere porzioni della propria memoria.

E quelle tavole erano sopravvissute.

Forse per questo il furto fa ancora più male.

Perché non hanno rubato soltanto quattro opere di enorme valore artistico ed economico. Hanno sottratto forse per molto tempo, qualcosa che apparteneva simbolicamente alla città.

E qui arriva la domanda più difficile.

Quanto sentiamo davvero nostro ciò che abbiamo la fortuna di avere ogni giorno davanti agli occhi?

Forse Antonello lo abbiamo guardato troppo poco proprio perché era lì.

Perché siamo abituati a pensare che ciò che appartiene alla nostra città resterà sempre lì. Che i musei siano luoghi immobili, quasi fuori dal tempo. Che un capolavoro sia al sicuro semplicemente perché è custodito dietro una teca.

Poi arriva una notte d’estate e ci accorgiamo che anche la memoria può avere una porta.

E qualcuno può provare ad attraversarla.

Il paradosso è che quelle opere, proprio perché così importanti, sono difficilissime da collocare sul mercato legale. Il loro valore è enorme, ma la loro notorietà le rende quasi impossibili da vendere apertamente. È uno dei motivi per cui gli investigatori guardano anche alla possibilità di un furto su commissione e al circuito clandestino dell’arte.

Ma c’è un valore che nessun mercato può quantificare.

È quello che una città attribuisce a ciò che racconta la propria storia.

E allora forse Antonello è stato rubato due volte.

La prima volta, nella notte di Ferragosto, da chi ha materialmente portato via le tavole.

La seconda, molto più lentamente e senza scassinare nessuna porta, ogni volta che un capolavoro viene considerato soltanto come qualcosa che “abbiamo”, invece che come qualcosa che siamo chiamati a conoscere, proteggere e tramandare.

Il primo furto è nelle mani degli investigatori.

Il secondo riguarda tutti noi.

E forse la domanda più dolorosa, oggi, non è soltanto dove siano finite quelle tavole.

È perché abbiamo avuto bisogno che qualcuno le portasse via per ricordarci quanto fossero nostre.

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