“Togli l’amore e avrai l’inferno”

Questa espressione tratta dal romanzo di Alessandro D’Avenia “Ciò che inferno non è” mi sembra rappresentativa della testimonianza umana e spirituale di padre Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, morto il 15 settembre di trentatré anni fa per mano mafiosa e proclamato beato il 25 maggio 2013. Mi sono sempre chiesto cosa vedevano gli occhi di chi entrava nel quartiere palermitano di Brancaccio poco più di trent’anni fa. Ho letto testimonianze e resoconti puntuali e ineccepibili sull’argomento. Ma se dovessi riassumerli in una parola, la prima che mi viene in mente, quella che più di tutte renderebbe l’idea è “inferno”. E no, non faccio riferimento al luogo ultraterreno riservato al diavolo e ai suoi angeli e neppure a quello descritto da Dante nella sua “Divina Commedia”. Brancaccio, ai tempi di padre Puglisi, doveva apparire come un inferno, ossia una sorta di “non luogo”, caratterizzato da un’assenza più che dalla presenza. Una realtà volutamente tenuta a distanza da tutti, emarginata persino dallo Stato che risultava letteralmente assente o, meglio ancora, latitante. E si sa: laddove le istituzioni gettano la spugna, di qualunque genere di istituzioni si tratti, subentra qualcosa che si pone come “alternativa” a quel sistema che dovrebbe garantire l’ordine, il rispetto delle regole e i diritti di tutti. Così la mafia, “Cosa nostra”, era diventata a Brancaccio l’unica presenza capace di fare ciò che le istituzioni, spesso imprigionate in sistemi lenti e farraginosi, non riuscivano a fare. È in questo “vuoto di potere” che è anche, di conseguenza, “vuoto educativo”, che la mafia prende il posto dello Stato e diventa essa stessa una sorta di stato nello stato. Si fa carico delle necessità della gente, dei loro bisogni, ma creando relazioni di tipo “clientelare”, generando sudditi, servi di un sistema che traeva la sua forza dalla manovalanza dei numerosissimi “beneficati”.

È proprio nell’assenza di legalità, di diritti equalitari, di rispetto per la dignità delle persone che Brancaccio diventa in quegli anni un vero e proprio “inferno” in cui imperversa la legge del più forte, il linguaggio della violenza, dell’intimidazione e del sopruso. Ma, quando padre Puglisi viene mandato parroco a Brancaccio, non vede quello che gli altri vedono. Pur nella lucidità delle sue analisi, sceglie di guardare a quell'”inferno”, non come una realtà per cui non ci sia più niente da fare, ma come una sfida, una possibilità alla luce del Vangelo. E padre Puglisi non farà altro che seminare Vangelo laddove la mafia seminava divisione, sospetto e morte. Alla figura del “padrino” cui rivolgersi per ottenere favori e benefici, propone l’annuncio di un Dio che è Padre di tutti e non fa differenze tra i suoi figli. Un Padre dinanzi al quale stare “a testa alta”, nella pienezza della propria dignità, piuttosto che uno davanti a cui abbassere sempre la testa per paura di ritorsioni violente. Così, quando un bambino gli disse che non poteva fare la prima comunione perché non avrebbe potuto rispettare i comandamenti, in quanto aveva ricevuto a casa l’ordine di rubare, padre Puglisi maturò nel 1990 di creare un centro, il “Centro Padre nostro”, che fosse “segno” per tutto il quartiere di un modo diverso di vivere e di educare alla vita piena.

Amava ripetere padre Puglisi che “solo se si è amati si può cambiare ed è impossibile cambiare se si è giudicati. Si può contribuire a cambiare qualcuno solo se gli si esprime il proprio amore, e nel proprio amore gli si dice: appunto perché ti voglio bene così come sei, desidero per te che tu cambi”. Questo ha fatto “3P” (padre Pino Puglisi) a Brancaccio: ha scelto di mettere amore laddove amore non c’era e il risultato è sotto i nostri occhi. “Togli l’amore e avrai l’inferno, mi dicevi, don Pino. Metti l’amore e avrai ció che inferno non è. L’amore é difendere la vita dalla morte. Ogni tipo di morte.” (A. D’Avenia).

Si è parlato molto del sorriso con cui padre Pino accolse il suo assassino il 15 settembre 1993, giorno in cui compiva 56 anni. Credo non sia un dettaglio trascurabile, anzi mi viene da dire che fu un dono, una sorta di privilegio che il killer, inaspettatamente ebbe, di aver visto vivo per l’ultima volta un uomo, un prete che gli ha fatto dono del suo sorriso, del sorriso stesso di Dio.

 

Articolo a cura di Giuseppe Di Stefano

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