Francesco e il lupo…per una pace possibile

L’incontro tra Francesco e il lupo che terrorizzava la città di Gubbio, raccontato dai “Fioretti” non smette di parlarmi. Sarà perché, con buona probabilità non si trattava di un animale feroce come siamo abituati a vederlo rappresentato, ma di una persona in carne ed ossa che seminava terrore e morte facendo uso della violenza. Sarà perché anch’io ospito dentro di me un lupo, un animale feroce che non si lascia addomesticare. Sarà perché, anche io, come il lupo dei “Fioretti”, so cosa significhi essere “affamato”. Il suo comportamento, infatti, per quanto sbagliato e ingiustificabile, nasceva dal bisogno, dalla fame (soprattutto quella di essere visto davvero) e dall’esperienza dell’esclusione da parte del contesto sociale. Quanta rabbia può scatenare il sentirsi ignorati, non compresi e giudicati con troppa facilità come “cattivi”. E così il lupo, o chiunque si nasconda dietro questo animale selvaggio e imprevedibile, finisce per essere confinato nel ruolo del cattivo della storia, il nemico per eccellenza, quello da tenere lontano. Ci hanno insegnato che l’uomo è un lupo per ogni suo simile e così ci siamo convinti che solo i lupi hanno la meglio. Tanto vale, perciò, comportarsi da lupi e attaccare per primi per non essere attaccati o quanto meno sorpresi. Francesco, invece, nonostante tutti glielo sconsiglino, sceglie di rischiare e di incontrare il lupo.
«Il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca aperta; ed appressandosi a lui santo Francesco gli fa il segno della santissima croce, e chiamollo a sé e disse così: “Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona”». Allora Il lupo rallentò, chiuse le fauci, si avvicinò a Francesco e si gettò ai suoi piedi. «Io voglio, frate lupo, far la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti perdonino ogni passata offesa, e né li uomini né li cani ti perseguitino più». A questo punto il lupo, muovendo la testa, la coda e le orecchie, diede segno di assenso. Così, grazie a Francesco, viene stipulato un accordo di pace tra il lupo e i cittadini di Gubbio. Francesco promise al lupo che si sarebbe adoperato personalmente, affinché gli eugubini lo sfamassero, ma a patto che lui non nuocesse loro mai più. «Allora il lupo levando il piè ritto, sì ‘l puose in mano di santo Francesco». Pace fatta.
Al lupo, percepito dalla comunità come una minaccia da eliminare per ristabilire l’ordine e la tranquillità, Francesco sceglie di dare una possibilità. Alla repressione, risponde con l’incontro e il dialogo che fa appello alla responsabilità reciproca, ma non nega le colpe del lupo e ne individua anche la causa nella fame e nell’emarginazione. Ecco, ad ottocento anni dalla sua morte, l’eredità di Francesco, fratello universale e uomo di pace. Il male non si vince distruggendo l’altro, ma scommettendo sull’integrazione di chi sbaglia, all’interno di un sistema di regole condivise. È in questa prospettiva che la pace diventa possibile, non come un “tocco di bacchetta magica”, ma come risultato di un equilibrio costruito nel tempo, in cui ciascuno è chiamato a fare la propria parte, mettendosi in ascolto delle cause, provando a comprendere ciò che determina i conflitti e lavorando insieme e con impegno per risolverli.

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