Messina, donne tra precarietà e pochi servizi: il report Cgil e le richieste su lavoro e sanità

Solo una donna su tre lavora, spesso con contratti precari e stipendi più bassi rispetto agli uomini. È il dato che emerge con più forza dal report presentato dalla CGIL Messina, illustrato nel corso della conferenza stampa dal segretario generale Pietro Patti insieme alle segretarie Marcella Magistro e Stefania Radici.

Numeri che raccontano una distanza ancora netta: il tasso di occupazione femminile si ferma attorno al 35%, contro oltre il 58% degli uomini, mentre il divario retributivo supera il 27%. A pesare non è solo il lavoro, ma un sistema più ampio fatto di servizi carenti, precarietà diffusa e difficoltà quotidiane nella gestione dei tempi di vita.
Il report non si limita a fotografare la realtà, ma prova a indicare una direzione. Il lavoro, viene sottolineato, è uno strumento di autonomia anche nella vecchiaia, e per questo servono politiche strutturate e coordinate, capaci di intervenire su più livelli.
Tra i passaggi più netti emersi durante la presentazione, quelli legati al concetto di responsabilità collettiva: prevenzione e formazione, è stato sottolineato, non possono essere lasciate al singolo ma devono diventare una priorità sociale. Allo stesso tempo, si è ribadita la necessità di costruire politiche coese e di lavorare in rete, anche tra le stesse donne, per affrontare un divario che resta profondo.
Tra i nodi principali, quello dei servizi: dalla carenza di asili e consultori fino alla necessità di una rete territoriale più capillare. La richiesta è chiara: rafforzare il welfare, creare spazi e servizi per la socialità, la salute e una vita attiva delle donne, garantendo strumenti concreti per conciliare lavoro e vita familiare.
C’è poi il tema della qualità del lavoro. Il part-time, in molti casi, non è una scelta ma una condizione subita, mentre cresce l’attenzione anche per le lavoratrici autonome e le partite Iva, spesso escluse dalle tutele tradizionali.
Nel documento trovano spazio anche le proposte rivolte alla sanità: più consultori sul territorio, maggiore accesso ai servizi per la salute delle donne e una piena applicazione dei diritti, a partire dall’interruzione volontaria di gravidanza e dalla medicina di genere.
Ma il punto, emerso con forza durante la presentazione, è anche un altro: queste disuguaglianze non sono solo un ritardo sociale o economico. Sono una forma di violenza.
Perché la violenza di genere non è soltanto quella fisica, ma comprende anche tutte quelle condizioni che limitano autonomia, opportunità e libertà. In questo senso, precarietà, salari più bassi, carenza di servizi e difficoltà di conciliazione diventano parte di un sistema che continua a penalizzare le donne.
Da qui la richiesta di un cambio di passo, non solo nelle politiche ma anche nella cultura, per superare stereotipi e squilibri ancora radicati.
Intanto, la mobilitazione continua: il 31 marzo è previsto un sit-in al Policlinico, per chiedere più consultori e un rafforzamento dei servizi sul territorio.
Un tema che riguarda l’intera comunità, perché senza diritti, lavoro e servizi adeguati, la parità resta ancora lontana.

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